venerdì 6 dicembre 2019

Passo 5 - GUARDA COS'HAI FATTO! - PRIMA PUBBLICAZIONE (con citazioni)


Dunque, eravamo rimasti agli accordi per la pubblicazione.
Era l'inizio di un'avventura, dell'avventura che avevo sempre sognato!
Sapevo che qualcuno aveva scelto il mio romanzo e che lo avrebbe pubblicato. Sapevo che sarebbe diventato un libro vero e proprio, di carta e inchiostro, che sarebbe stato tra le mani di qualcuno e che delle persone lo avrebbero letto!
L'editore mi offrì l'esperienza completa, da vera autrice. Fu anche uno scontro con la realtà, una fatica, ma comunque bellissimo.
Anzitutto, mi venne assegnata una editor, con la quale ci fu uno scambio di bozze. Lei mi propose delle correzioni, spesso assurde, inutili, che mi dettero fastidio (ricordi quando ti ho detto che ciò che scrivo è il mio bambino?!), ma tutto questo mi fece sentire una professionista.
Una delle fasi migliori, ancora mai superata in successive esperienze, fu quella in cui dovetti scegliere l'illustratore. Potei passare in rassegna le pagine dei vari disegnatori che collaboravano con la casa editrice e selezionarne una rosa.
Questi mi inviarono le loro proposte per la copertina, che io ebbi l'opportunità di valutare, riducendo i candidati a tre, coi quali ci fu un altro confronto, e finalmente ne scelsi uno: Roger Angeles.
Era bravissimo e già abbastanza esperto e io trovavo che traducesse meravigliosamente il mio immaginario in vere e proprie immagini. C'era un'ottima intesa artistica.
Mi fece la copertina. Discutemmo insieme delle idee, io gli dissi la mia visione, cosa avrei voluto e lui mi stette a sentire, dando il suo prezioso apporto. Io gli chiesi alcune modifiche, parlammo dei particolari e ne venne fuori una cosa che a mio avviso rendeva benissimo l'idea di vacanze nel tempo, di caos temporale e degli elementi principali della storia.



Purtroppo, con mio enorme dispiacere, lui ebbe un brutto incidente subito dopo e non gli fu possibile lavorare sulle illustrazioni interne. Più avanti l'ho poi cercato e adesso, a quanto ne so, sta bene e produce altri splendidi lavori. Alcuni li puoi ammirare qui:
Ripenso spesso a lui a malincuore per quella collaborazione interrotta e sogno di poter lavorare di nuovo insieme, questa volta portando a termine un progetto.
Così, per le immagini interne, scelsi un altro illustratore, anch'egli navigato nel campo fumettistico e non solo: Luca Rota Nodari.
Fu molto disponibile e rese le pagine del mio libro accattivanti e d'impatto per la giusta fascia d'età.
In questo caso io avevo delle idee molto precise e gli inviai le righe all'interno del romanzo, in cui descrivevo le cose che avrei voluto che lui illustrasse.
Devi sapere che per me le immagini sono sempre state una delle fonti d'ispirazione più grandi. Te ne parlerò in un prossimo post sul tema. Fatto sta che prima di scrivere e mentre sto scrivendo qualcosa, compio ovviamente un attento lavoro di ricerca (anche di questo vorrei parlarti prossimamente) e una delle cose che ricordo con maggiore piacere della stesura di questo libro è che per rendere realistiche e visive le mie descrizioni degli ambienti delle diverse epoche in cui il protagonista viaggia, mi sono andata a rivedere delle opere d'arte della o sull'epoca in questione. Io amo tantissimo la storia dell'arte e adoro visitare musei con dipinti e sculture. Mi è piaciuto questo percorso e ho sperato di poter spingere i miei giovani lettori a fare lo stesso, ad approcciarsi all'arte e ad imparare ad amarla.
E qui ti rimando alla pagina delle “Challanges” e ti sfido a trovare i quadri ai quali mi sono ispirata per la descrizione di ciascuna meta del protagonista di questo libro. Luca è stato bravissimo a reinterpretarle a modo suo! Eccoti un esempio:

Particolare dell'illustrazione a pag. 49 - all rights reserved to Luca Rota Nodari
Opera alla quale mi sono ispirata io nella scrittura
(ti ho messo solo un particolare in piccolo e senza autore e titolo per non aiutarti troppo nella challenge!;)

Ed ecco alcuni stralci della descrizione corrispondente, nel romanzo:


"Mi trovavo in un immenso prato, forse un parco o una radura, arricchito qui e là da qualche alberello e cespuglio in cui c'erano anche bellissimi fiori bianchi, gialli e rosa, enormi e dalle forme mai viste. Qualche passo avanti a me scorreva tranquillo un ampio fiume dall'acqua leggermente torbida e grigiastra, lo intravedevo tra i rami e potevo sentirne il rumore. Mi avvicinai per osservarlo e per vedere meglio il paesaggio intorno. Fu allora che capii di non essere solo. 
Oltre i cespugli alla mia sinistra, poco lontano, stava seduto a conversare un gruppo di tre uomini. A vederli da quella distanza sembravano tutti uguali: con capelli ricci lunghi fin sotto le orecchie e una folta barba molto curata e piuttosto lunga. La pelle era abbronzata e barba, capelli e occhi di un nero penetrante. Erano tutti e tre piuttosto muscolosi e non avrei saputo dire che età potessero avere. Più oltre, alcuni animali stavano pascolando liberamente: capre, pecore e cavalli, sotto lo sguardo attento di altri cinque uomini. 
Erano tutti vestiti con una corta tunica a mezze maniche in tinta unita, che li copriva fino a metà coscia, uno la aveva blu, un altro gialla, e il terzo bianca, stretta alla vita da una cintura che non capivo se fosse di corda o di nastro. Indossavano un buffo copricapo appuntito."

(...)

"Iniziai a passeggiare sul lungo fiume in direzione opposta a quella in cui avevo visto delle persone,senza saper bene che fare.
Sull'acqua andavano e venivano tantissime barche molto belle, in legno scuro, strette e lunghe, con le alte estremità, a poppa e a prua, dalla forma di cigni dal lungo collo o serpenti cobra impettiti. 
Qualcuna aveva una o due vele bianche e una tettoia riccamente ornata e coloratissima. In fila indiana stavano sempre tre o quattro rematori vestiti di bianco, dall'aspetto molto simile agli uomini che avevo visto.
Tra tutte, spiccava una lunghissima barca gialla e rossa con splendide decorazioni. Sul ponte era montato una specie di baldacchino intarsiato"

(...)

"Si trattava infatti del palazzo più sontuoso che avessi mai visto. 
Sulla destra, un basso muretto circondava un piccolo villaggio dalle casette alte e strette, con finestrelle piccole e tetti terrazzati, poi, un'amplissima scalinata di pietra, custodita ai due lati da grossi leoni di pietra su colonnine con bassorilievi rappresentanti scene di uomini e cavalli, forse di battaglia, portava all'interno di robustissime mura in mattoni, alte e spesse, con tante piccole guglie su tutto il perimetro. Tra le mura ed il fiume, pini marittimi, palme e salici e rigogliose piante cadenti rampicanti.
Il palazzo che vi era all'interno era coloratissimo, celeste, rosso, bianco e verde e anch'esso molto robusto e squadrato. I piani erano divisi a strisce di colori e disegni diversi. Infiniti colonnati a bassorilievo lungo tutto un piano non lasciavano scorgere nessuna finestra e, sotto, di nuovo bassorilievi di scene di vita e di battaglia, ma questa volta dallo sfondo pitturato di blu. Ancora, stranissimi animali dal corpo di cammello o elefante e la testa umana. Il tetto era piatto, e ancora una volta contornato da dorme a triangolo appuntito. Forse si trattava di una balconata, perché seguivano un altro paio di piani, ognuno più stretto del precedente, uguali alla prima parte del palazzo per colonne e stile, ma stavolta con figure geometriche al posto di figure di animali e uomini."

Scoprii poi che questo Luca è anche molto simpatico e negli anni siamo rimasti in contatto. Mi piacerebbe potergli stringere la mano.
Vai a goderti un po' del suo estro qui:
Se sei curioso di sapere di cosa parla questo libro clicca qui e leggi la sinossi.
Alla fine il libro fu pronto e, se non ricordo male, le mie copie mi arrivarono a casa.
La cosa bellissima era che c'era scritto il mio nome sopra, nello spazio riservato all'autrice!
Devo però confessarti una cosa: il ricordo più vivido della volta che tenere tra le mie mani un volume scritto da me mi ha emozionata maggiormente, non è stata per un mio libro pubblicato ma per la tesi di laurea.
La magia, comunque, è sapere di aver trasformato qualcosa di astratto in qualcosa di concreto, un'idea in una cosa, una cosa che fino a ieri era solo nella tua mente, su cui fantasticavi da solo nella tua cameretta, in un "opera"(nel senso di operato)che ti permette di comunicare con un sacco di altre persone e che può trasmettere delle emozioni anche a loro. 
Non si tratta però solo, o per me non in prima istanza, di comunicazione con gli altri, ma di sentirsi capaci, perché si è creato qualcosa che prima non c'era e che adesso c'è. Non solo, quella cosa era dentro di noi e adesso è fuori. Quella cosa è parte di noi, quella cosa è noi. Si è, con sforzo, riusciti ad arrivare alla fine della storia, e dentro quella storia, tra le pagine di quel libro, ci siamo noi stessi. 
Poi però ho visto che nella versione in vendita c'erano ancora alcuni refusi, mi è stato fatto notare che altri avevano scritto sui viaggi nel tempo, e mi sono sentita piccola, banale, scontata.
Ancora oggi, dopo altre pubblicazioni, altri progetti, altre cose, a volte mi sento vuota, inutile, come se non fossi andata davvero avanti, nel corso della mia esistenza. Mi sembra di non aver scritto abbastanza, pubblicato abbastanza, esser stata letta abbastanza.
Si arriva a delle tappe nella vita, soprattutto a ridosso di capodanni e compleanni, in cui si tende a fare un bilancio di obiettivi e risultati, e spesso la bilancia del nostro personale punto di vista tende a segnare un punteggio negativo e ci si sente inetti. 
Guardiamo troppo spesso ai vuoti, alle mancanze, alle cose che non siamo riusciti a fare. Allora ci auto rimproveriamo, ma quante volte, invece, ci complimentiamo con noi stessi? 
Per favore, almeno tu, quando hai tra le mani una tua creazione, una qualsiasi, guarda cos'hai fatto!
Apprezzalo, perché l'hai fatto tu, con impegno, con coraggio, con bravura, pazienza, estro, fatica, affetto, magari con qualcuno che con cui hai incrociato strade e talenti. Con qualcosa di tuo. 
E magari, già che ci sei, fagli una foto, appendilo, così poi ti farà da promemoria quando ne avrai bisogno. 

Allora, dimmi, qual'è stata la tua creazione che sei stato più orgoglioso di avere tra le mani?



lunedì 25 novembre 2019

Passo 4 - NON SI SOGNA MAI TROPPO IN GRANDE - IL MIO PRIMO LIBRO

E fu così che scrissi il mio primo libro edito: il romanzo di fantascienza per ragazzi: "Agenzia Viaggi nel Tempo"
Quell'estate trascorsi il mese di vacanze nella casa al mare, in terrazza con il mio computer portatile e qualcosa da bere, guardando le onde da lontano e godendomi l'atmosfera vacanziera di chi passava sotto casa in costume da bagno e mi salutava. 
Forse detta così potrebbe sembrare il contrario, ma fu bellissimo. Passavo il tempo facendo una cosa che amo in un posto fantastico e non mi precludevo qualche bagno, serate di rilettura di gruppo a lume di candela, puntate al ristorante di pesce ed escursioni nel mondo esterno per ricaricarmi e prendere ispirazione. 





Un'altra cosa che amo sono i film, che guardo il più possibile. Tra i miei generi preferiti, la fantascienza e le commedie romantiche. Il mio film di formazione per eccellenza, anzi, la saga, è: "Ritorno al Futuro" e le commedie romantiche le preferisco se condite con un tocco di magia o fanta-tecnologia.

Quell'estate avevo sul pc un unico titolo: "Ponyo sulla scogliera", uno dei lungometraggi d'animazione del maestro Miyazaki che preferisco. 
Lo vidi a ripetizione e le sue atmosfere influenzarono il mio immaginario, tanto che ambientai il romanzo in una non meglio identificata città del Giappone e fin dall'inizio lo immaginai nella mia testa come cartone animato. 




Ci sono diverse citazioni cinematografiche all'interno del romanzo, così come ce ne sono in altri miei libri di cui parleremo, e io sfido sempre i miei lettori e i loro genitori a trovarle tutte! 
Amo pensare che piccoli e grandi leggano i miei libri insieme, che i bambini se li facciano leggere ad alta voce dagli adulti e che sia per loro un momento di condivisione. Forse così i grandi potranno rimparare a sognare. 
Ancora oggi, uno dei miei più grandi sogni è che lo Studio Ghibli un giorno faccia una trasposizione cinematografica del mio libro. 
Non si sogna mai troppo in grande, perciò ultimamente ne sto scrivendo la sceneggiatura che poi invierò allo Studio. Poi ti dirò come sono arrivata alla scrittura cinematografica, per ora concentriamoci sul romanzo. 
E' una cosa da tenere sempre a mente, questa, che mentre la scrivo per dirla a te, penso che dovrei ricordarmela più spesso anch'io. Non si sogna mai troppo in grande. 
In effetti io per anni ho mandato lettere ai miei musicisti preferiti, italiani e stranieri, chiedendo loro di venire a suonare gratis alle mie feste di compleanno, ricevendo anche risposte affettuose. Ho scritto a fumettisti, scienziati, giocatori professionisti e altri personaggi chiedendo loro di fare sorprese di compleanno a mio fratello, cosa che hanno fatto. Ho chiesto scarpe su misura ad un marchio famoso, mandato lettere a scrittori e personaggi dello spettacolo e via dicendo. Perché no? Anche loro sono persone e, come si dice, tentar non nuoce. Ora me lo stamperò in fronte, perché invece spesso, quando si tratta di cose importanti per me stessa, mi tiro indietro e mi limito a sognare, forse per un antico istinto politico di auto-boicottaggio. 
Tornando al romanzo,ne è venuta fuori l'avventura di un ragazzino che raccoglie amicizie e scopre intrighi famigliari andando a spasso nel tempo. Età di lettura sui dieci anni, che era troppo bassa per la Gaia Junior della Mondadori, perciò ho dirottato il sogno su altre case editrici. 
Una di esse mi ha risposto nel giro di breve e ci siamo accordati per la pubblicazione. 
Allora da piccola non avevo sognato troppo in grande e quello di diventare una scrittrice era un sogno realizzabile!
Non bisogna mai impedire a sé stessi o ai propri figli di sognare, perché sognare è un po' come ricaricare le pile: permette di trovare una motivazione per andare avanti, ossia la speranza, ci fa diventare tenaci, ambiziosi e ci impedisce di buttarci troppo giù. 
Persino un rifiuto, se preso nel modo giusto, con spirito costruttivo, può far sognare! 
Se gentile e incoraggiante, può dare la spinta giusta ad andare avanti, a cercare nuove strade. 
Se io non avessi ricevuto quella prima risposta negativa (e certo, anche gli incoraggiamenti precedenti a continuare a scrivere), probabilmente non avrei mai scritto letteratura per ragazzi e adesso non sarei qua a raccontarti delle mie pubblicazioni!
Proprio oggi ne ho ricevuto un altro (non si finisce mai di prendere porte in faccia, meglio abituarsi), ma era così carino, dato da chi avrebbe potuto benissimo permettersi, come fanno in tanti, di non rispondermi nemmeno, che adesso sono tutta contenta e mi sento spronata a finire un altro lavoro da mandar loro con un ringraziamento per la gentilezza. 
E ricorda che non si ha fallito, se la realtà non prende la forma esatta del nostro sogno, perché il cambiamento è insito nella natura umana e il caos nella sua vita, perciò sapersi adattare, saper cambiare idea è segno d'intelligenza, così come lo è capire che, anche se con un'altra copertina, il nostro sogno è sempre quello e può farci felici! 

E tu, quali sogni hai un po' plasmato nel corso del tempo, che però sono rimasti grandiosi e preziosi?

venerdì 22 novembre 2019

Passo 3 - BE A "YES" PERSON - COME HO COMINCIATO A SCRIVERE PER RAGAZZI (E A PUBBLICARE)

Hai mai visto "Yes Man" con Jim Carrey? Sembra una cavolata, ma è un'idea mica male da mettere in pratica, ovviamente non così pedissequamente. 




Insomma, a un certo punto mi sono accorta che scrivevo più che altro storie negative. Erano sempre storie di giovani donne tormentate, tristi, problematiche. Erano storie pessimiste. E ci sta, perché: 1) ero adolescente, 2) come ti racconterò prossimamente, a me e a molti altri la creatività sgorga meglio quando siamo giù di morale (o almeno così era all'epoca). 
Per molti anni ho scritto solo per me stessa, tanto che non avevo nessuna intenzione di pubblicare. Anzi,avevo proprio una mia teoria sul fatto che i veri scrittori fossero quelli che non pubblicano, perché spinti da un'ispirazione personale, liberi di esprimersi e mossi da vera passione; e che gli altri fossero dei meri autori, dediti soltanto alla ricerca della fama, del denaro e dell'auto celebrazione, disposti a vendersi e ad adattarsi a tutto pur di ottenere queste cose. 
In parte la penso ancora così, soprattutto in un'epoca in cui la scrittura sta diventando una cosa sempre più commerciale e sempre meno artistica, ma solo in parte. Ora non credo più che siano tutti così, anzi, penso che in molti  pubblichino perché se lo meritano e che cercare un riscontro esterno al proprio talento ed operato sia giusto e naturale. 
Nel frattempo, di quelle storie ne avevo scritte un bel po', così, anche incoraggiata da altri, le ho messe a posto, le ho raccolte e ho deciso improvvisamente di provare a mandarle a degli editori.
Ho detto di si a una cosa che avevo lungamente rinnegato ma che in realtà desideravo da quando sognavo la copertina di "Amore fraterno" e guardavo con ammirazione a George Mc Fly che riceve le copie del suo "A match made in space". 
Mi era capitato per caso un contatto con qualcuno che lavorava alla Mondadori Junior, o forse con qualcuno che conosceva qualcun altro, e questo ha fatto riaffiorare nella mia testa molti ricordi. 
Mi sono ricordata dei libri che avevo amato da ragazzina, i primi veri e propri romanzi che avessi mai letto, ed erano tutti della collana Gaia Junior, edita da Mondadori (sto preparando un post in cui elenco i miei "libri di una vita", tra cui questi). 
Pubblicare con loro è così diventato ed è ancora un mio grande sogno. 




Gli ho dunque mandato ciò che avevo e, pur non ricevendo un giudizio scoraggiante, sono stata per la prima volta messa di fronte al fatto che ogni editore, ogni collana, ha un suo target e che i miei racconti non facevano parte del loro. Questa risposta si concludeva con la gentile promessa che, se avessi in futuro inviato qualcosa per ragazzi, lo avrebbero preso in considerazione. 
Fu come una rivelazione. 
Una cosa a cui non avevo mai pensato. 
Quando si scrive ci si immerge completamente nel mondo e nell'atmosfera di quella storia, la si respira, ci si pensa anche quando non si ha la penna in mano, perché si fatica ad uscirne. Ricordo più di una volta in cui le cose che io stessa stavo scrivendo e creando (che nel mio processo creativo, di cui ti parlerò, mi escono fuori spontaneamente) mi hanno turbata. 
Una volta in particolare ero in vacanza con la famiglia in una casa in affitto ed ero completamente presa da un racconto dai toni noir che parlava di follia e del dolore che la provoca e che ne è provocato. A volte scrivere richiede tutte le nostre attenzioni e tutto il nostro tempo, li richiede subito. E' una sensazione bellissima, non fraintendermi, ma le ore dentro alla pagina trascorrono senza che si possa smettere o avere cognizione del mondo esterno. Ad un certo punto, poi, si ha la smania di finire e per me in quell'occasione era stato proprio così. 
Quando ho concluso, stanca e provata, era già sera tardi e gli altri erano andati a letto da un pezzo. Ho alzato lo sguardo e mi sono ritrovata improvvisamente in questa casa sconosciuta, silenziosa e buia che da ore avevo cancellato da attorno a me e questo mi ha dato una sensazione di smarrimento. Anch'essa può far parte di ciò che si prova di positivo, della soddisfazione che si ha mentre e dopo aver scritto qualcosa, ma oltre a ciò mi sentivo spaventata. Ricordo di essermi mossa per prepararmi e andare a letto da sola, invasa dalla paura e dall'irrequietezza, sentendomi inoltre triste e amareggiata come e più di quando si ha appena visto un film drammatico. 
Tornando alla risposta della casa editrice, dopo anni di storie in cui sfogavo il mio dolore, avevo bisogno di scrivere per reagire (come vedi, il tema della "writing therapy" è ricorrente, ci torneremo). Di scrivere qualcosa che potesse distrarmi dai miei problemi e che mi aiutasse a focalizzarmi su cose belle, e che magari mi desse una prospettiva più ottimistica e a colori del mondo.
Per la prima volta avevo voglia di scrivere qualcosa di positivo. 
Così ho cominciato a scrivere il mio primo libro edito. 
Mi sono comportata da "Yes Lady" e ho detto "si" alle opportunità che mi si stavano presentando. Ho accettato la sfida lanciatami inconsapevolmente dal mittente di quell'e-mail. Ho detto "si" alla pubblicazione e ho detto "si" alla letteratura per ragazzi. Successivamente ho detto "si" anche ad altre opportunità professionali che mi sono arrivate in seguito a queste scelte e ho capito di amare, di saper fare e di volere una cosa che non sapevo di volere. 
Nel prossimo post ti racconterò dove mi hanno portata questi "si". 

E tu, a che cosa dirai di "si"?


domenica 17 novembre 2019

Passo 2 - SENTITELO NELLA PANCIA! - O DEL PERCHE' FACCIO LA SCRITTRICE


Hai presente zia Millicent? La zitella sola e sconsolata della famiglia Darling, in “Peter Pan”? Ecco, quella. Quella che legge libri di fantascienza (lo avevi notato? ;), si spaventa della propria ombra e bada ai figli degli altri. Io sono quella. Io sono zia Millicent.
Nel bellissimo adattamento cinematografico dell'opera teatrale di James M. Barrie: “Peter Pan”, diretto da P.J. Hogan nel 2003, quando alla fine la zia Millicent decide di adottare uno dei bimbi sperduti, gli dice di sapere che lui sarà suo figlio e lei sua madre perché: “me lo sento nella pancia!”.



Ecco, io scrivo perché me lo sento nella pancia.
Cioè, quando scrivi, quando come me scrivi per il bisogno di farlo, senti qualcosa dentro, qualcosa che cresce. Non qualcosa di schifoso e fastidioso come un Alien, ma anzi, di bellissimo e amatissimo, solo che lo vuoi comunque tirare fuori da te, proprio come un figlio. E' un'urgenza fisica. Infatti, quando si porta a compimento un lavoro difficile, si dice di averlo “partorito”, e mica per niente!



Quel libro, poi, quel racconto che ne viene fuori, per me è il mio bambino (altro modo di dire), nel senso che gli voglio bene e ne sono gelosa, nel senso che lo guardo e mi somiglia, è una parte di me ed ha in sé qualcosa di mio, perché l'ho fatto io, io da sola e nessun altro, senza nemmeno l'aiuto di un partner.
Insomma, io scrivo prima di tutto perché ne sento il bisogno. E' una cosa che mi fa stare bene, è qualcosa che mi prende, mi coinvolge. E' una cosa che mi appassiona, mi appassiona veramente, più di qualsiasi altra cosa nella vita.
Tipo ciò che dice Suor Maria Claretta aka Deloris Van Cartier aka Whoopi Goldberg aka Caryn Elaine Jhonson a una giovanissima e già pazzesca Lauryn Hill in Sister Act 2:Se quando ti svegli la mattina, la prima cosa che ti viene in mente è quella di cantare, beh, allora ragazza devi diventare una cantante! “.


In realtà è stato Rainer Maria Rilke, poeta e autore Austriaco-Boemo vissuto a cavallo tra l'8 e il '900, a dirlo ad un giovane scrittore in crisi che gli inviava lettere cercando consigli, tale Franz Xaver Kappus, passato poi alla storia come giornalista, editore, scrittore e poeta.
Potete trovare questa corrispondenza nel volume: “LETTERE AD UN GIOVANE POETA”. Ve ne riporto di seguito un breve stralcio, il mio preferito.

...Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare. Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno.
Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza.”


Cioè è la passione, ciò che conta. Diventa ciò che sei. Il resto viene dopo.
Scrivere è il mio modo di interpretare la realtà, di elaborare le cose. Scrivere è una cosa che devo fare, sempre, continuamente. Il bisogno di farlo mi prende all'improvviso, nel bel mezzo di una situazione qualsiasi(non parliamo, poi, delle idee, che arrivano guizzanti e di cui ti dirò nel post sull'ispirazione). Prendo appunti ovunque, in ogni momento. 
Ecco cos'ho scritto sul cellulare durante un recente viaggio nel corso del quale mi sono sentita molto ispirata a livello narrativo ma molto bloccata a livello pratico: 


"Il mio compito è quello di osservare il mondo, lasciarvi qualcosa e riportare agli altri ciò che vedo, il mio speciale punto di vista su di esso".

Scrivere mi aiuta anche a sopportarla, la realtà, quando è troppo dura. Scrivendo capisco i miei pensieri, i miei sentimenti, soprattutto, li metto in ordine, li analizzo, li vedo. Un giorno ti parlerò della cosiddetta “writing therapy”, l'arte-terapia dello scrivere per sentirsi meglio. Con me funziona!
Insomma, io scrivo perché è una cosa che ho dentro ed è difficile spiegarti diversamente da così la ragione di ciò che faccio,probabilmente perché poi in fondo una ragione non c'è. Non si tratta di una mia decisione, non c'è un motivo. E' un po' come quando ci si innamora. Non si decide di innamorarsi, lo si sente e basta. Non si sceglie di chi innamorarsi, ci succede e basta. Non si sa perché si ama una certa persona anziché un'altra. Elenchi di pregi e virtù non contano: “è bella, è intelligente, è forte, è dolce” sono caratteristiche che potremmo attribuire anche a tante altre persone, delle quali però non siamo innamorati. Non c'è un perché, si ama e basta, banalmente ci si sente attratti da quella persona come da una calamita invisibile.
Allo stesso modo, scrivere è una cosa che semplicemente io mi sento di fare. E' ciò che so fare, è il mio modo di esprimermi, di comunicare con gli altri e anche di provare ad aiutarli.
Scrivo per quella signora che una volta, ad un festival in cui avevo esposto i miei libri su una bancarella, mi ha detto voler leggere i miei romanzi per ragazzi come primo riavvicinamento all'amata lettura dopo essersi ripresa da un grosso male al cervello.
E' lei la mia ragione. A volte, quando mi prende lo sconforto e voglio gettare tutto all'aria, penso a lei e mi rimetto a scrivere.
Scrivo per i bambini che ho incontrato nel mio lavoro di educatrice, che alla fine dei laboratori mi hanno detto di voler fare gli scrittori, che mi hanno chiamata “maestra” dicendomi che loro, una scrittrice, se la immaginavano più austera. Per quei ragazzi che per crescere hanno bisogno di venir nutriti di sogni, perché la realtà glieli ha tolti, a cui la vita ha portato di tutto tranne la spensieratezza. 
Un amico dei miei genitori mi parlava sempre di libri, me li regalava e prestava, mi raccontava ciò che aveva letto e mi consigliava nuovi titoli e autori. Ad un certo punto ha dovuto subire cure per diversi problemi di salute e ha smesso di parlarmi di libri, anzi, ha smesso proprio di parlare e di leggere. Ho cercato di convincerlo a servirsi degli audiolibri e di altri supporti, ma senza successo. Si è spento. Veniva ai pranzi e non parlava più, quando gli chiedevo di nuovi libri non rispondeva. 
Ecco, io scrivo anche per lui. 
Scrivo per chi è stanco, anziano, malato, o per qualsiasi motivo impossibilitato a fare molte cose, per chi si sente imprigionato e che un libro o una bella storia può aiutare a uscire almeno con la testa, uscire, se non dalla porta, quanto meno dalla situazione in cui si trova, anche se solo per poche pagine.
Prima di tutto, però, scrivo per me stessa. Lo faccio perché scrivere dà un senso alla mia vita.
Per ora non vi racconto ancora niente, lo farò in un prossimo post dedicato alle crisi e ai blocchi dello scrittore, vi dico solo che ci sono stati dei momenti in cui ho pensato di smettere. Quei momenti in cui ti chiedi se ciò che stai facendo abbia un senso, se avrà mai un risvolto pratico. Ci sono stati dei momenti in cui mi sono sentita bloccata creativamente ed altri in cui addirittura mi sono successe cose che mi hanno fatta sentire completamente svuotata, svuotata di me stessa, in cui mi sono sentita distrutta, depressa e demotivata ad andare avanti.
Ecco, anche in questi momenti, in uno in particolare in cui avevo perso tutto, pur volendolo, non sono riuscita a smettere di scrivere. Scrivere mi faceva male e io avevo razionalmente deciso di non farlo più. Ci ho messo un po' a tornare alla scrittura, a volte mesi, ma non mi sono sforzata di farlo, anzi, era non farlo a costituire uno sforzo. Finivo sempre col ritrovarmi ancora una volta a scrivere, in un modo o nell'altro. La prima volta in cui mi sono sentita di nuovo me stessa è stato quando ho ripreso a scrivere come prima.
Circa un anno prima che succedesse tutto il casino che mi ha portata all'ultima profonda crisi, mi ero fatta un tatuaggio (altra passione che, come tante altre, ho dovuto interrompere per cause di forza maggiore). Solitamente ha un significato diverso, legato comunque alla rinascita e alla voglia e la forza di andare avanti dopo che questa è venuta meno. Io me lo sono fatta per ricordare a me stessa di non smettere mai di scrivere, per ricordarmi che avrò sempre un'altra storia da raccontare, anche quando non ci crederò più, perché, appunto, è qualcosa che ho dentro e che devo assecondare, perché, come mi dicono degli amici, è un mio dono e non posso né ignorarlo né sprecarlo.


Insomma, io la domanda suggerita da Rilke e dalla suora me la sono posta, me la sono posta nel profondo, nei momenti più bui. Questo post è la mia risposta, ed è una risposta forte e chiara.
Io scrivo perché devo. Scrivo perché ho una spinta a farlo e desidero farlo. Scrivo perché questo è quel che sento, lo sento la mattina aprendo gli occhi, lo sento nei miei sogni mentre la mia mente va sull'isola che non c'é, lo sento mentre giro per il mondo (una volta ti parlerò del lavoro 24/7 che lo scrittore fa quando non scrive..e ti dirò anche come scrivo) e lo sento la sera, nei pensieri prima di dormire. Scrivo perché questo è ciò che sono e io voglio riuscire ad essere chi sono. E credo che questa sia una ragione più che sufficiente. 
Credo anche che chi questa motivazione non ce l'ha, chi non se la sente nella pancia, non dovrebbe fare lo scrittore, l'artista e nemmeno un altro mucchio di cose e professioni, o che comunque le faccia in un modo diverso e vuoto (se vorrai ne parleremo).
Ora però lo chiedo a te. Chiedo a te di farti una domanda. Perché è vero che la vita ci porta su altri binari, che si deve essere pratici e realistici e non vivere di sogni, dato che in qualche modo bisognerà pur mangiare (la madre di Rita, Florence aka Sheryl Lee Ralph, in Sister Act 2, è lì per ricordarcelo), ma è anche vero che, come si dice, "non si vive di solo pane" e i sogni aiutano a vivere. 

E tu, cosa ti senti nella pancia?


mercoledì 13 novembre 2019

Passo 1 - SPUNTA, NON ELENCARE - PRIMI PASSI TRA LE RIGHE


Tu le fai le liste? Io sto cercando di smettere. Le liste fanno male, ti ricordano tutte le cose che non sei riuscito a spuntare. Ho sempre avuto la mania di farle, le facevo continuamente, ma poi ho capito che era un brutto vizio. Da piccola, ad esempio, stilavo liste dei libri che avrei scritto e pubblicato una volta cresciuta. Tra quelli che mi sono rimasti più impressi c'è "Amore Fraterno". Ho sempre voluto un gran bene al mio fratellino Michele e desideravo scrivere un saggio partendo dalle mie memorie di sorella felice.
Non l'ho ancora fatto, ma l'idea, eventualmente un po' modificata, non è ancora stata buttata definitivamente nel cestino.
Un libro di quell'elenco che invece ho scritto(ora in cerca dell'editore giusto)è "Marzianella",liberamente tratto da una storia a puntate che mi raccontava mia mamma, inventandola al momento su mia insistenza, seduta sul mio letto la sera. Credo che la cosa sia durata qualche anno ma è rimasta nel mio cuore e più avanti, alle scuole medie, l'ho inserita in un libretto di storielle che gli alunni della mia classe hanno scritto per un progetto didattico.
Ci sono alcuni oggetti della mia infanzia che ho conservato e che me la ricordano. Una è un libro: “Bambolik”, nientemeno che del fantastico Gianni Rodari. 



L'altra è una bambola ricciolina che s'illuminava di verde al buio e che mi ha fatto compagnia per diverse notti. Poi c'era un cerchietto rosso con le antenne verdi glitterate a molla da indossare alle feste di carnevale.




Il bello è che nessuna di noi due riesce a ricordare in particolare i vari accadimenti della storia, ma solo le linee generali. Abbiamo cercato di fare un brainstorming insieme, ma niente. E nemmeno allora, quando già mi sembravano passati tanti anni e dovevo scriverne a scuola, ricordavo molto, perciò l'unico documento su cui quest'anno, scrivendone il romanzo per ragazzi, mi sono potuta basare è ciò che ho reinventato a scuola sapendo che non corrispondeva all'originale. Anche questo l'ho poi modificato. Insomma, un po' la storia dei miti, delle fiabe e delle parabole dell'antichità, che sono arrivati sulle pagine grazie ad una tradizione orale che ne ha creato diverse versioni.





Poi un'altra cosa che facevo era esercitarmi. Mi accorgo adesso ripensandoci che avevo proprio deciso di utilizzare quegli anni per formarmi come scrittrice. Se non ricordo male mi ero fatta un elenco anche su questo, su un quaderno dove appuntavo esercizi e prove da fare. Proprio in quel periodo uscivano degli inserti con un quotidiano, con fascicoli a cadenza regolare che componevano i vari volumi rossi di un'introduzione alla scrittura creativa. Mi facevo regalare anche manuali più o meno seri su come scrivere romanzi rosa, di fantascienza e così via e passavo le ore a sottolinearli molto più di quanto non facessi con i sussidiari di scuola. E' così che ho iniziato a scrivere. 



Poco dopo, prima dell'inizio delle scuole superiori, è cominciata la mia produzione vera e propria, con un romanzo che per certi aspetti somigliava molto alla mia serie tv preferita dell'epoca. Lo avevo intitolato "80 Hills Drive" (indovina qual'era la serie che guardavo!) e narrava le vicende di un gruppo di giovani amiche intente a ristrutturare una vecchia villa dove rifarsi una vita, con l'aiuto di aitanti giovanotti innamorati di loro. Somigliava più a un copione che a un romanzo.

Ho anche portato a termine per la prima volta un intero racconto: "Il Quadrato Morbido". Il genere è ancora il mio preferito: la fantascienza. Poi ne ho scritti altri, fino a riempire diversi quaderni durante le vacanze, che ancora oggi conservo in un luogo speciale di cui ti parlerò in un altro post.
Alle superiori, io e la mia migliore amica dell'epoca abbiamo scritto diversi capitoli di un romanzo a quattro mani in cui si sente molto l'aura depressiva delle nostre anime dark da adolescenti tormentate che ascoltavano i Doors e i Nirvana.
Ed ecco che finalmente viene fuori una lista positiva, quella dei libri scritti, delle cose fatte (puoi vedere la mia bibliografia alla pagina dedicata).

Perché quando smetti di mangiarti le unghie magari ti mangi le caramelle, se smetti di fumare ci vuole un chewing-gum, uno svapo o un cerotto alla nicotina, cioè ci vuole un palliativo, qualcosa che sostituisca il vizio, magari in modo più sano.
Ecco, al posto delle “to do list” o delle “bucket list” tutte piene di cose da fare, di buoni propositi che poi se non mantieni ti senti in colpa e stai ancora peggio, io ho cominciato a fare le liste delle cose che ho fatto, delle belle imprese che ho compiuto, dei libri che ho letto e scritto, delle incombenze che sono riuscita a portare a compimento e devo dire che essere soddisfatti di sé, anche nelle piccole cose, fa bene.

E tu, quali spunte sei riuscito a mettere alla lista della tua giornata/settimana/vita?

martedì 12 novembre 2019

PASSO 0 - PRENDI UN SOGNO - VOLEVO FARE LA SCRITTRICE

Questo, caro lettore, è l'inizio della storia e come ogni bella storia, anche questa comincia con un sogno. 
In questo sogno, io ero in prima elementare. Un giorno sono tornata a casa da scuola e col pranzo in bocca e la forchetta a mezz'aria ho detto: "mi piace italiano e non mi piace matematica". In particolare amavo scrivere temi e storie.
E' stato così fino al diploma, in cui ho preso il voto più basso della classe in matematica, dopo aver risposto "lasciamo perdere" alla domanda:"vuoi che ti chieda qualcosa di più facile o lasciamo perdere?", e quello più alto nei temi di lettere e delle lingue straniere. 
I professori mi hanno lasciata andare a patto che giurassi solennemente di non iscrivermi ad una facoltà di tipo scientifico, cosa che non mi era passata nemmeno per l'anticamera del cervello.
Anni dopo mio fratello si è laureato in matematica e me l'ha fatta apprezzare, ma questa è un'altra storia.
Insomma,fin da quando ero bambina io, come Natalino Balasso, sognavo di fare la scrittrice. 
Ho le prove, eccole: 



Sorvolando sull'assenza di una vocale, sulla dimenticanza della doppia (frivolezza molto veneta che, come appunto Balasso insegna, è il femminile di "il scritore") e sul fatto che io non sia veneta, questi in foto sono particolari dalle pagine del diario segreto che ho tenuto circa dai nove ai dodici anni (ne parlo nell'introduzione al mio libro: "Farsi un film - Pillole di cinematerapia" - Este Edition). 


Scrivere è una delle poche cose di cui non mi sono mai stancata, che non ho mai smesso di amare e di fare, anche se la vita e la legge di Murphy mi hanno man mano spinta ad accantonarla, declassandola a passione per il tempo libero. Mi sono persino dimenticata del mio sogno. 
Da allora mi sono messa in testa di fare l'insegnante, l'antropologa, persino la ballerina e la principessa, ma ho continuato a scrivere durante le vacanze, senza mai lasciare che questo sogno assopito mi uscisse dalla testa. E proprio come quando baci tanti rospi per capire che il tuo principe era il primo a cui eri passata davanti e che non avevi guardato bene, ho fatto il giro del mondo per tornare al punto di partenza anche riguardo a ciò di cui mi sarei voluta occupare.
Ne ho avute molte altre, di passioni che ho perseguito a volte anche professionalmente: i viaggi, le lingue straniere, l'intercultura, la cooperazione e l'integrazione, il cinema e così via, finché un giorno, qualche anno fa, non ho aperto un cassetto e, tra ditali e polvere di fata, ho ritrovato il mio vecchio sogno e ho deciso di liberarlo nel mondo reale e cominciare ad inseguirlo. 
Quindi, caro lettore, ricordati che i sogni a volte hanno qualche errore grammaticale, ma non per questo sono da cancellare.

E tu, quando eri piccolo, cosa sognavi di fare da grande?